Documentari oltre i premi, per una “metamorfosi” della realtà

In questi ultimi mesi ho avuto la fortuna di vedere molti documentari. Non l’ho fatto solo per prendere ispirazione dai film di altri, visto che sto montando le immagini che ho girato in Spagna per il mio progetto cinematografico Flamenco sin Fronteras (www.flamencosinfronteras.net). L’ho fatto perché mi sono sempre più convinto che esistono personaggi e storie reali che è importante conoscere e vorrei segnalarvi alcuni documentari che hanno la capacità di raccontarle.

Nelle scorse settimane sono arrivato al 31° Torino Film Festival (22 – 30 novembre 2013) in compagnia di un paio di stampelle per un piccolo incidente e nonostante non tutte le sale fossero accessibili per persone con disabilità e il complicato sistema di accesso alle proiezioni, sono riuscito a vedere anche alcuni documentari del ricchissimo programma del festival, che comprende ormai ogni genere di film. Anche al di là dei premiati (qui tutti i premi: www.torinofilmfest.org/?action=article&id=427), tra tutti vorrei segnalare “El lugar de las fresas” (Italia/Spagna, 2013) di Maite Vitoria Daneris, per l’autenticità della storia e la determinazione della regista nel girarla, pur con immagini semplici, con anni di lavoro “sul campo”, in tutti i sensi. Racconta infatti le fatiche di Lina, anziana contadina che da San Mauro Torinese ogni mattina prestissimo va a vendere le proprie fragole e altre verdure al grandissimo mercato di Porta Palazzo di Torino, le poche parole del fedele marito Gianni, e l’incontro con Hassan, giovane immigrato marocchino che inizia a collaborare con loro nella produzione e nella vendita di ortaggi. Una storia simbolica del rapporto tra culture e generazioni. Come si legge sul sito www.ellugardelasfresas.com, «raccontata dallo sguardo di una giovane cineasta spagnola, in un luogo comune e universale, come è un grande mercato all’aperto. Ma soprattutto è un film poetico, che mostra al pubblico il valore più essenziale e puro dell’essere umano attraverso il lavoro della terra». Visto il gradimento ottenuto al Torino Film Festival, dove ha vinto anche il Premio “UCCA – Venti Città” e la menzione speciale del Premio “Gli Occhiali di Gandhi”, Maite ha deciso di riproporre il film al cinema Massimo di Torino martedì 28 gennaio, affittando a proprie spese e riempiendo la grande Sala 1 durante gli spettacoli delle 20,30 e delle 22,30 e facendo un appello al pubblico per aiutarla nella futura distribuzione del film.

Sono riuscito a seguire con meno difficoltà il 54° Festival dei Popoli (30 novembre – 7 dicembre 2013), dove ho anche intervistato tra il frastuono dei festeggiamenti il direttore Alberto Lastrucci (vedi il video), che ha sottolineato la necessità per tutti noi di farci incuriosire anche dalle storie vicino a noi, e il regista Giovanni Cioni (intervista in fase di montaggio), vincitore del premio per il Miglior Lungometraggio (8mila euro) e alla distribuzione, con il film “Per Ulisse” (Italia/Francia 2013). Gli altri film premiati sono menzionati sul sito del Festival dei Popoli www.festivaldeipopoli.org.
Ma al di là dei premi, tra i documentari visti al Festival dei Popoli vorrei segnalarne due di due giovani registi che ho avuto il piacere di conoscere, molto interessanti per la loro grande efficacia, nonostante il modo indipendente e con minimi mezzi con cui li hanno realizzati. Si tratta del cortometraggio “Quand passe le train” di Jérémie Reichenbach (Francia 2013, menzione speciale del Premio Syracuse University in Florence) e di “Metamorphosen” (Germania 2013) di Sebastian Mez.
Nel film del regista francese, un gruppo di donne di La Patrona, in Messico, lancia alimenti e generi di prima necessità  ai migranti che, clandestinamente, abbandonano Honduras, Nicaragua, Guatemala, e passano la frontiera attaccati ai treni merce, spesso sul tetto dei vagoni. Sono donne che non rispettano la legge, perchè in Messico aiutare i migranti clandestini è reato, e lo fanno nei confronti di persone che non conoscono, senza alcun tornaconto futuro. Jérémie Reichenbach ha saputo rendere unica la solidarietà dei gesti della preparazione, del razionamento e del lancio del cibo ai “passeggeri” sui treni in corsa, senza scadere nel retorico, raccontando queste donne in modo reale, anche con il loro limiti.
Qui il trailer:

Il lungometraggio “Metamorphosen” (Germania 2013) di Sebastian Mez è il filmato che mi ha impressionato di più tra quelli che ho visto al festival, per vari motivi.
Innanzitutto, perché il regista porta alla luce, prendendosi anche qualche rischio personale, la storia sconosciuta di una delle zone più radioattive del mondo, un area remota di 20.000 Km2 della regione degli Urali meridionali (al tempo parte dell’URSS), contaminata ad un livello simile alla più tristemente famosa Chernobyl, a partire da un primo incidente avvenuto del 1957 alla centrale nucleare di Mayak, tenuto allora segreto, e dopo altri decenni di gestione irresponsabile degli impianti e delle scorie, che hanno inquinato il locale fiume Tetcha. Il merito di Sebastian Mez è quello di costruire un ritratto originale della vita delle persone che, abbandonate a loro stesse, abitano ancora oggi questa zona, con un approccio fotografico, per rendere visibile l’invisibile. Lo fa con inquadrature molto intense che si alternano tra primissimi piani dei personaggi muti, e campi lunghi dei paesaggi desolati a cui fanno da sottofondo le parole dei protagonisti, ma in cui dominano la neve, il rumore del vento, lo scorrere del fiume inquinato e dove le radiazioni si percepiscono come un fantasma, fino a rivelarsi “visibili” nelle inquadrature di un contatore Geiger con le lancette impazzite. Il regista ha raccontato di aver virato in una specie di bianco e nero le immagini in post produzione, applicando dei filtri fotogramma per fotogramma, e di averle realizzate con la stesso tipo di videocamera mirrorless hd che uso anch’io (sono stato addirittura citato con la mia macchina in mano in sala nel dialogo con il pubblico dopo la proiezione!). Uno strumento relativamente economico ma che grazie ad una modifica del software realizzata legalmente da alcuni hacker, può aumentare notevolmente la qualità dell’immagine (curioso di sapere di cosa si tratta?). Segno che si possono realizzare bellissimi film con attrezzature più accessibili che in passato, se si ha una storia importante da raccontare e la capacità di farlo con uno stile adeguato.
Qui il trailer:

Alcuni documentari spesso oltre che nei festival si possono vedere solo in luoghi particolari, come ad esempio durante i martedì del Piccolo Cinema di Torino, (www.ilpiccolocinema.net), dove il 14 gennaio è stato presentato “Heroes and Heroines – A Day in Kathmandu” di Filippo Papini e Danilo Monte (premio “Italia.doc” al Salina Doc Fest 2011 e il premio “Nuovo Mondo” al The Village Doc 2012). I due registi osservano da vicino  la giornata di un infermiera e di un gruppo di bambini di strada nepalesi, nel centro storico di Kathmandu, ma senza interloquire con i personaggi, tranne che per un’intervista montata nel finale. Heroes and Heroines è un documentario girato in strada, che ci immerge nella vita di alcuni ragazzi e di chi tenta di aiutarli, dal risveglio, nel freddo, alla ricerca della colla da sniffare, fino alle camerate del centro di accoglienza in cui solo quelli disponibili a lavarsi riescono ad entrare. «Le vicende di un gruppo di persone – si legge nella presentazione – diventano piccole epopee nel cuore di una moderna metropoli medievale che li ignora». I registi dopo il film hanno contestualizzato la storia, e hanno raccontato come l’hanno realizzata, con un piccolissimo budget.

Dal 13 gennaio al 22 febbraio, è in corso “Il Mese del Documentario”, una serie di proiezioni in varie città italiane ed europee, organizzato dall’associazione documentaristi italiani Doc/It, qui il programma: http://ilmese2013.documentaristi.it. In questo ciclo ho visto il poetico film “Il libraio di Belfast”, di Alessandra Celesia (Francia/Irlanda, 2012, vincitore del 53° Festival dei Popoli, l’edizione del 2012) nella nuova sala del progetto Irenea del Centro Studi Sereno Regis, antico cinema appena restaurato e dedicato alle arti per la pace (http://ildiariodirenea.wordpress.com). La storia è quella di un omino esile con un passato da alcolista, che ha dedicato la propria vita alla sua più grande passione, i libri e la lettura, e che finisce per essere una piccola guida per tre giovani: un rapper coperto di cicatrici, un punk dislessico amante dell’opera, una cantante adepta di X-Factor. «Tre personaggi in cerca di autore – si legge nelle note – che cercano di ritagliarsi uno spazio vitale in una città che per anni è stata un campo di battaglia». «Ho filmato Belfast senza filmarla – dichiara la regista -. Ho raccontato la città attraverso i suoi salotti accoglienti, le stanze degli adolescenti, i saloni dei parrucchieri, i locali notturni fuori moda. Partendo dal privato delle persone, dalle cose più semplici della loro vita quotidiana ho cercato di ricostruire la geografia di una città che ha vissuto la guerra». E ci è riuscita con immagini bellissime, a strettissimo contatto con i volti dei personaggi e i loro dialoghi più intimi. Purtroppo il protagonista, il libraio John Clancy, è morto di un malore improvviso il 17 gennaio.

Non perdetevi gli appuntamenti ancora in programma del “Mese del Documentario”, e i prossimi festival in giro per il mondo. Come sostiene anche il direttore del Festival dei Popoli, Alberto Lastrucci, «la realtà è di più!».

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